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Ricostruzione di Palazzo Scotto realizzata dalla Bizzarri Costruzioni s.r.l. anno 2006 (foto A. Sobrero)

Il Mare di Procida ed i sui uomini

 Domenico SCOTTO D’APOLLONIA

Traffici e ambizioni di un mercante del XVIII secolo attivo in Toscana tra il 1775 e il 1809

di Alice SOBRERO


Verso la metà del Settecento Procida dette i natali ad un personaggio destinato a rimanere impresso nelle vicende storiche di due città toscane, Pisa e Livorno. A Pisa i cittadini conoscono bene “il giardino dello Scotto”, oggi una delle poche zone verdi totalmente pubbliche dove durante la stagione estiva si alternano rassegne musicali e il cinema all’aperto.

Ma pochi sanno quale sia la sua storia. Domenico Santo SCOTTO D’APOLLONIA, fu un mercante procidano del XVIII secolo le cui vicende e ambizioni lo portarono, tra il 1775 e il 1809, ad operare lontano e gli garantirono una vita densa di incontri, di traffici mercantili e di amicizie aristocratiche nella sociabilité del Granducato di Toscana.

Domenico Scotto quindi proveniva dal regno di Napoli; nacque a Procida all’inizio di novembre del 1750 dal matrimonio di Beatrice PORTA e Innocenzo SCOTTO D’APOLLONIA, famiglia di modeste origini ma con una avviata esperienza nel commercio.

 Il 29 luglio del 1769 il giovane Scotto sposò una isolana Maria Luisa SCOTTO DI GALLETTA con la quale ebbe l’ unico figlio Vincenzo, nato nell’aprile del 1774. Domenico non lo vide nascere, partì prima e fu il solo ad allontanarsi dagli “Scotto di Procida”. In questo viaggio lo aiutò la sua istruzione e una personalità che apparirà presto determinata e favorevolmente incline alle attività commerciali.

Nel 1775 lo Scotto arrivò a Livorno, la città portuale toscana più importante, e non fu un caso; le istituzioni economiche che regolavano la comunità dei mercanti nella città labronica tra il XVIII e il XIX secolo, garantivano alla vita di questo porto una economia vivace che fu talmente incisiva sulla struttura sociale cittadina, da determinarne la sua atipica posizione in uno stato, che allora era prevalentemente agricolo e aristocratico. Sin dagli inizi del diciassettesimo secolo, molti emigranti vennero spinti verso questa città dagli evidenti segni di prosperità e dalle potenzialità che essa offriva. In seguito furono determinanti anche le storie di uomini che secondo quanto si diceva arrivarono nella città tremendamente poveri, iniziando come venditori ambulanti o peggio ed infine riuscirono ad aprire dei piccoli affari, comprando una casa e una imbarcazione e in alcuni casi diventarono membri dell’elite commerciale cittadina. Tra gli esempi più tardivi, troviamo anche Domenico Scotto d’Apollonia che, con la sua vicenda, dovette rinforzare l’impressione di una città dove meglio si accordavano possibilità di benessere e di mobilità sociale rapida.

Domenico aprì a Livorno una casa di negozio iniziando con il commercio del vino che importava dal sud della penisola e dalla Dalmazia e in seguito intraprese anche altri commerci: pesce, grano, caffè, legname da costruzione. In ogni caso le sue attività commerciali sembra che si sviluppassero e prosperassero anche in relazione al commercio di armi che poi venivano vendute in città e che provenivano per lo più da Trieste. Uno dei suoi migliori acquirenti fu il console spagnolo Emanuel de Silva, durante il periodo delle guerre napoleoniche tra il 1794 e il 1795.

Con i lauti guadagni Domenico comprò diversi beni immobiliari tra Livorno e Pisa: aveva possedimenti a Gramugnana, Molina, Greciano, Noce e Valdisonsi – che acquistò nel 1795, e che divenne una delle sue mete preferite – prese una casa livornese che si trovava sul canto della Pescheria Nuova, e dal 1797 anche una dimora sul Lungarno di Pisa.

Aveva un ottimo fiuto per gli affari lo Scotto, sul Lungarno egli acquistò di seconda mano l’ex-fortezza medicea, trasformandola in un palazzo signorile alle cui spalle si estendeva un meraviglioso giardino di delizie. Lo Scotto quindi non si dedicò soltanto agli affari commerciali, lo troveremo particolarmente impegnato anche nell’ornamento delle sue abitazioni. Fra le sue carte vi sono diverse commesse, rendiconti e pagamenti per stucchi, dorature, affreschi, stoffe damascate, per l’abbellimento del suo giardino nella fortezza di Pisa, importò diverse piante tra cui aranci e limoni perfino dal Portogallo. Alle spalle di tutto questo non sembra che ci siano state le ambizioni di una figura femminile, la moglie viveva lontana e l’iniziativa delle decorazioni sembra che partisse sempre da lui. Così nel privato, Domenico amò arredare con estrema cura le sue case, non si dette pace finché non riuscì ad impiegare i pittori che in quegli anni operavano in Firenze, come Cattani e Luigi Ademollo che dipinsero affreschi anche nelle sue dimore.

Grande sala al primo piano di Palazzo Scotto con gli affreschi del pittore Luigi Ademollo realizzati nell’800 (foto di E. Van Lint, conservate all’Archivio Corsini di Firenze)

Per il Palazzo di Pisa impegnò numerosi lavoratori pisani: architetti, capomastri e manovali; le commissioni non si fermarono neppure nel 1799 quando, con l’arrivo dei francesi, una parte della cittadinanza, in particolar modo quella aristocratica, venne scossa dalla presenza delle truppe giacobine e si ritirò nei suoi possedimenti di campagna; in città, in molti casi, si registrò una paralisi delle attività ma non nel suo Palazzo tanto che la stampa dell’epoca, il 29 marzo, ne riportò la notizia elogiandone il committente, come vero cittadino repubblicano.

Si manifestò così un’altra immagine dello Scotto che questa volta rifletteva i grandi eventi: il pubblico negoziante e banchiere oriundo di Napoli che operava in Livorno continuò a costruirsi la sua dimora pisana, atteggiamento che fu visto come un atto di buon civismo repubblicano e che gli assicurò le lodi e una certa popolarità.

Domenico però non dimenticò mai la sua Procida e mantenne i rapporti con i familiari: esistono ancora i carteggi della madre e della moglie, i sussidi a loro corrisposti, gli affari commerciali che lo coinvolgevano con il fratello Biagio e il cognato rimasti entrambi sull’isola. Una volta adulto il figlio Vincenzo lo raggiunse per affiancarlo nel mestiere e il filo che univa gli Scotto, da Livorno a Procida, continuò ad esistere. Le tracce di questi legami sono nascoste in alcune casse polverose all’interno di un archivio privato di Firenze, più di due secoli ci separano dalle loro vite, riflessi di un destino che noi individui contemporanei e del futuro dovremmo ben capire: esempi di chi partendo ha sognato e cercato di “correggere la propria fortuna”.

 

Bibliografia: A. Sobrero, Da presidio militare a dimora signorile. La riconversione di un angolo della città, in Palazzo Scotto Corsini, Archeologia e storia delle trasformazioni di un’area urbana a Pisa tra XI e XX secolo, a cura di G. Gattiglia, M. Milanese, ed. Felici, Pisa, 2006.

11 marzo 2007  [versione Francese ]
e il 2 giugno 2007 nel ProcidaOggi


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